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Carte a Parte

  pubblicata il 14/06/2017

C i l i e g i e

A sipario chiuso la voce rintrona nello spazio ancora deserto del palcoscenico, canzone di siciliano dialetto che canta la tragedia che avverrà. Il colore di questo romanzo popolare sarà il rosso vermiglio su gote di donna amata tra le tinte forti di passione rusticana, detta qui Cavalleria. E’ Pasqua, qualcuno canta, in chiesa non vai, siamo in piena primavera, profumo di ciliegie s’affaccia agli olfatti ancora rossi di tempi umidi, pennellate di varietà di rossi nelle ceste al mercato,strati forti di rossetto su turgide bocche, camicette aperte su colline rosa che si congiungono per segnalare un solco profondo dove  palpita un cuore. Ciliegi rosa cantava la Signora della canzone negli anni cinquanta, dall’America Latina i lampi dorati dell’orchestra di Perez Prado riempivano le sale da ballo, il mambo infuriava come vento nuovo, si veleggiava verso un mare che ci conduceva alle sponde del miracolo economico, come si diceva, un fervore riempiva tasche e violentava paesaggi con palazzi che si contorcevano togliendo luce “Là dove c’era verde ed ora c’è una città”.

Le ciliegie rotolavano sulla tovaglia bianca come memorie di Cezanne, o di Guttuso, erano i tempi in cui questo artista albergava nella Villa del Vento, come Clotilde Marghieri chiamava la sua dimora, una sponda nel verde e rosso vesuviano che accoglieva firme importanti, i Grandi Ospiti, come intitolò Angioletti un suo prezioso libro, aveva una lì un rifugio, una casetta bianca che aveva fatto costruire a ridosso del palazzotto della signora Clotilde: il preside Gennaro di Cristo non riuscì a porre una lapide in memoria di questa presenza illustre, ad Angioletti fu intitolata una scuola trent’anni fa sorta in quei “luoghi ameni” ravvisati e amati, dove vado e trovo ancora rispetto e amore, tra amicizie e moine di fanciulli.

La Signora che negli anni trenta aveva lasciato parte del suo terreno per fare largo all’autostrada decise di andarsene, le sue stanze divennero sede di una industria di corredi elettrici, sorse qualche capannone di ferro.

La casetta di Giovanni Battista Angioletti è rimasta in mezzo a questo paesaggio, a ricordare questo nostro trascurato paradiso, dimora che appare attonita, ferma nella memoria nostra e nelle smemoratezze di chi dovrebbe avere civile cura di quella terra e di un emblema di cultura, dove transitarono personaggi illustri della letteratura, della musica e dell’arte: è lì, come sospesa, una nuvola che si attarda, indecisa (...)

Ciro Adrian Ciavolino

Il resto dell'articolo è sul numero 252 del giornale, in edicola dal 4 giugno.

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